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L’amministratore in prorogatio

Riportiamo la Sent. 08/11/2019 del Tribunale di Rimini r.g. 3833/2017 circa il difetto di legittimazione all’azione monitoria dell’amministratore di condominio che agisce in prorogatio.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con decreto ingiuntivo n. 2786/2015, emesso in data 01.10.2015, il Giudice di Pace di Rimini condannava il condomino U.A. al pagamento, in favore del condominio “V. DEI T.“, della somma di Euro 2.350,96 per contributi e oneri condominiali.

Con atto di citazione dinanzi al giudice di pace, l’U. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo, eccependo il difetto di legittimazione all’azione monitoria dell’amministratore di condominio, che egli stesso, in quanto titolare della maggioranza delle quote condominiali, aveva revocato dall’incarico con le raccomandate del 25.07.2013 e del 19.08.2013.

A fondamento della domanda, esponeva che l’amministratore revocato continuava ad agire in prorogatio, ritenendo, del tutto erroneamente, di poter esercitare i propri poteri sino alla nomina di nuovo amministratore, quando, invece, la maggioranza delle quote condominiali (da lui stesso rappresentata) aveva dichiarato, nelle predette missive, non già la mera revoca dall’incarico, ma la radicale soppressione dell’organo amministrativo, non più necessario alla luce della riforma del 2012.

Ritualmente costituitosi, il condominio chiedeva il rigetto della domanda, rappresentando che l’amministratore era stato nominato dall’assemblea condominiale, con plurime delibere successive alle citate missive, mai impugnate dall’U..

Il giudice di pace rigettava l’opposizione, sul rilievo che le delibere di nomina dell’amministratore non erano mai state impugnate dall’U., e compensava le spese di lite.

Proponeva appello quest’ultimo, affidandosi a due motivi di censura.

Con il primo motivo, contestava la sentenza impugnata per non aver rilevato il difetto di legittimazione dell’amministratore di condominio già revocato, il quale non avrebbe potuto in ogni caso agire in prorogatio sino alla nomina del nuovo amministratore, stante la volontà dell’assemblea di sopprimere l’organo amministrativo.

Con il secondo motivo, censurava il ragionamento del primo giudice, il quale non aveva considerato che la successiva delibera che confermava l’amministratore di condominio era radicalmente nulla (si veda la definizione di delibera condominiale nulla) e, come tale, impugnabile in ogni tempo.

Ritualmente costituitosi, il condominio proponeva appello incidentale sulla compensazione delle spese operata dal primo giudice in violazione del principio della soccombenza.

L’appello è infondato.

Come risulta dal verbale del 30.9.2011 l’assemblea all’unanimità nominava l’amministratrice di condominio per l’esercizio 2011-2012 nella persona di B.M..

Successivamente, il condomino U. inviava due raccomandate all’amministratrice, revocandola dall’incarico e sostenendo di voler sopprimere la figura dell’amministratore di condominio, non più necessaria alla luce della riforma del 2012.

L’amministratrice di condominio convocava, allora, l’assemblea per la nomina di nuovo amministratore.

Alle successive assemblee l’U. non si presentava, “perché non ne riconosceva la legittimazione dell’amministratore, avendone per tre volte richiesto la decadenza dell’amministratore per effetto della legge richiamata. l’amministratrice condominiale non ha mai messo all’ordine del giorno la cessazione del suo mandato, nonostante le missive dell’appellante che chiedeva l’applicazione della L. n. 220 del 2012”.

L’assenza dell’U., rappresentante della maggioranza delle quote, paralizzava l’attività deliberativa dell’assemblea, che, tuttavia, pur in mancanza del numero legale, nelle sedute del 19.10.2013, 17.05.2014, del 10.10.2015 e del 16.10.2015 confermava l’amministratrice in carica.

Ora, dal semplice esame delle delibere, emerge che l’incarico dell’amministratrice, conferito da assemblea validamente costituita, è cessato con l’esercizio 2011-2012. A partire da tale data, quindi, l’amministratrice ha operato in prorogatio e ciò ha fatto del tutto legittimamente, atteso che, come noto, l’amministratore revocato, dimissionario, o che abbia cessato l’incarico per qualsiasi ragione, continua ad esercitare i suoi poteri sino alla sostituzione, salvo che l’assemblea (validamente convocata e costituita, e non un singolo condomino, seppure di maggioranza) abbia manifestato una volontà contraria (così Cass. 77699/2019: nei casi di revoca o annullamento per illegittimità della delibera di nomina dell’amministratore, e quindi tanto più ove ancora non sia stata pronunciata una sentenza dichiarativa dell’invalidità della medesima delibera, come nel caso di specie, lo stesso amministratore continua ad esercitare legittimamente, fino all’avvenuta sostituzione, i poteri di rappresentanza, anche processuale, dei comproprietari).

L’U. pretenderebbe di escludere l’applicabilità dell’istituto prorogatio sul presupposto che, nella specie, l’amministratore non sarebbe stato semplicemente revocato, ma del tutto soppresso, sicché non si prospetterebbe in radice l’ipotesi di nomina del nuovo amministratore, in attesa della quale resta in carica il vecchio.

L’argomentazione dell’appellante è destituita di ogni fondamento, atteso che, allo stato, la soppressione dell’organo amministrativo non è che un’intenzione dell’U., manifestata con delle missive, da considerare tamquam non esset, dunque del tutto inidonee a escludere l’operatività della prorogatio, atteso che simile effetto potrebbe essere prodotto esclusivamente dalla volontà dell’assemblea validamente espressa, alla quale l’art. 1129 c.c. riserva la competenza a deliberare la revoca e la nomina dell’amministratore e a maggior ragione la scelta di sopprimere l’organo amministrativo.

Invero, a fronte delle raccomandate dell’U., l’amministratrice in carica avrebbe dovuto convocare l’assemblea per discutere la soppressione dell’organo amministrativo, indicando all’ordine del giorno la questione sollevata dal condomino e non la nomina di un nuovo amministratore.

Nondimeno, le raccomandate del condomino non possono in alcun modo valere quale formale revoca dell’incarico dell’amministratore, trattandosi di decisione che deve essere assunta con delibera riservata alla competenza assembleare, all’esito di regolare convocazione, sicché, allo stato, in assenza di una delibera dell’assemblea, l’organo amministrativo del condominio V. DEI T., non può considerarsi soppresso, con conseguente operatività dell’istituto della prorogatio.

Ad abundantiam, va osservato che l’amministratrice del condominio è stata nominata con delibere dell’assemblea riunitasi successivamente alle raccomandate dell’U.. Tali delibere, siccome pacificamente adottate con maggioranze inferiori a quelle di legge, debbono considerarsi annullabili (si veda come significa delibera annullabile) e non nulle, con conseguente applicabilità del breve termine di decadenza per l’impugnazione, nella specie, vanamente decorso (Cass. 4806/2005 “in tema di condominio negli edifici, debbono qualificarsi nulle le delibere dell’assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell’assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all’oggetto. Ne consegue che la mancata comunicazione, a taluno dei condomini, dell’avviso di convocazione dell’assemblea condominiale comporta, non la nullità, ma l’annullabilità della delibera condominiale, la quale, ove non impugnata nel termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137, terzo comma, cod. civ. (decorrente, per i condomini assenti, dalla comunicazione, e, per i condomini dissenzienti, dalla sua approvazione), è valida ed efficace nei confronti di tutti i partecipanti al condominio”.

In conclusione, deve ritersi la piena legittimazione dell’amministratrice ad agire in rappresentanza del condominio per la riscossione dei crediti, sia in forza dell’operatività del principio della prorogatio, sia in quanto nominata con delibera non impugnata, nonché la conseguente legittimazione dell’amministratrice ad agire per il recupero dei crediti nei confronti del condomino moroso, attività che, a differenza di quanto argomentato dall’appellante, l’amministratrice è tenuta a compiere, senza necessità di autorizzazione dell’assemblea, come espressamente previsto dall’art. 63 disp.att. c.c.

L’appello deve dunque essere rigettato.

Fondato è, invece, l’appello incidentale proposto dal condominio, con il quale si censura la sentenza impugnata per avere indebitamente compensato le spese di lite del giudizio di primo grado.

L’art. 91 c.p.c., nel prevedere che il giudice condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa, offre un criterio di allocazione delle spese processuali in capo alla parte che, non riconoscendo spontaneamente, il diritto della parte vittoriosa ovvero azionando una pretesa rivelatasi insussistente, ha dato causa alla lite, rendendo necessaria l’attività del giudice e occasionando le spese del suo svolgimento.

L’art. 92 c.p.c. prevede, invece, un temperamento, consentendo al giudice di compensare le spese di giudizio, parzialmente o per intero nelle ipotesi di soccombenza reciproca, di assoluta novità della questione trattata o di mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti e, a seguito dell’intervento di Corte Cost. 77/2018, quando sussistono altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni.

Lette congiuntamente, le due disposizioni disegnano un sistema di governo dei costi del processo affidato al prudente apprezzamento del giudice, il quale, anche di fronte alla soccombenza totale di una delle parti, può prevedere, purché ne dia conto nell’ambito di una congrua ed esaustiva motivazione, l’integrale compensazione delle spese di lite.

Se ne desume che il limite che tale discrezionalità incontra è rappresentato dall’impossibilità di condannare la parte interamente vittoriosa al pagamento delle spese sostenute dall’altra, essendo al contrario consentita, in presenza dei presupposti di cui all’art. 92 c.p.c., la compensazione, che non è una condanna, ma solo il diniego totale o parziale della rifusione. (Così Cass. 17739/2016 Ad essere escluso è soltanto che la parte interamente vittoriosa debba rimborsare a quella soccombente una frazione delle spese che quest’ultima abbia sostenuto. Sicché tanto il concorso nelle spese di c.t.u., quanto il suo addebito esclusivo non incontrano altro limite che quello fissato dall’art. 92, 2 comma c.p.c.)

In buona sostanza, a seguito dell’intervento sopra richiamato della Corte Costituzionale, la regolamentazione delle spese di lite torna ad essere affidata alla discrezionalità del giudice, chiamato a dare concreta applicazione a criteri elastici, imperniati su clausole generali di ampio respiro, che integrano le ipotesi tassative di compensazione che erano state previste, in funzione limitativa di quella discrezionalità, dal Legislatore del 2014.

In tale contesto, riemerge la necessità che la statuizione sulle spese sia sorretta da una motivazione puntuale ed esaustiva, tale da rendere controllabile l’iter logico seguito dal giudice, che deve indicare specificamente quali siano le gravi ed eccezionali ragioni (non più tipizzate) che consentono di compensare le spese.

Nella specie, il giudice di pace ha disatteso i principi sin qui esposti, disponendo la compensazione delle spese per il semplice fatto che le parti non avevano raggiunto un accordo, circostanza che, all’evidenza, non costituisce una grave ed eccezionale ragione idonea a fondare la compensazione, sicché le spese del primo grado debbono essere poste a carico dell’U., il quale vi ha dato causa, proponendo un’opposizione a decreto ingiuntivo infondata.

S’impone, quindi, l’accoglimento dell’appello incidentale, spettando al condominio la rifusione delle spese di lite.

Non possono, invece, essere rifuse le spese che il condominio afferma di aver sostenuto per l’assistenza nella fase stragiudiziale, in particolare di mediazione.

L’orientamento giurisprudenziale, che qui si condivide, è nel senso di ritenere che le spese stragiudiziali, anche quelle per l’assistenza di un avvocato, pur potendo essere liquidate alla stregua delle tariffe o dei parametri forensi, sono ontologicamente diverse dalle spese legali, costituendo parte del danno emergente, che può essere risarcito, in presenza di specifica tempestiva domanda, solo se viene documentato il relativo esborso, sempre che le stesse possano considerarsi non superflue ai fini di una pronta definizione della vertenza, secondo una valutazione ex ante (cfr Cass. 16990/2017 Le spese di assistenza legale stragiudiziale, diversamente da quelle giudiziali vere e proprie, hanno natura di danno emergente e la loro liquidazione, pur dovendo avvenire nel rispetto delle tariffe forensi, è soggetta agli oneri di domanda, allegazione e prova secondo le ordinarie scansioni processuali.).

Si legga, inoltre, Cass. 6422/2017 che ribadisce come spetti al danneggiato l’onere di provare di aver effettivamente sostenuto l’esborso (In caso di sinistro automobilistico, nel giudizio instaurato per il risarcimento del danno le spese precedentemente sostenute dal danneggiato per l’attività stragiudiziale prestata da una società di infortunistica stradale hanno natura di danno emergente e la loro utilità, in funzione della possibilità di porle a carico del danneggiante, deve essere valutata “ex ante”, avuto riguardo a quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l’esito del futuro giudizio, e sulla base delle prove dedotte dal danneggiato, cui compete l’onere di dimostrare di avere effettivamente sopportato il relativo esborso).

Nella specie, il condominio non ha dimostrato, e invero neppure compiutamente allegato, di aver effettivamente pagato le spese per l’assistenza legale stragiudiziale di cui chiede la rifusione, con conseguente rigetto della domanda.

In conclusione, s’impone l’accoglimento dell’appello incidentale, il rigetto dell’appello principale, con conseguente condanna dell’appellante alla rifusione delle spese del doppio grado, liquidate in dispositivo alla stregua dei parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

– Rigetta l’appello

– Accoglie l’appello incidentale e, per l’effetto,

– Condanna l’appellante alla rifusione in favore di parte appellata delle spese di lite, che si liquidano, per il primo grado, in Euro 870,00 e, per il presente grado, in Euro 1.620,00, oltre rimborso forfettario spese generali nella misura del 15 %, iva e cpa;

– Dichiara sussistenti i presupposti per il pagamento di una somma pari al doppio del contributo unificato.

Conclusione

Così deciso in Rimini, il 7 novembre 2019.

Depositata in Cancelleria il 8 novembre 2019.

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