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Natura e Ordine Giuridico

Estratto dal libro “Il Diritto di Avere Diritti” – Stefano Rodotà – Cap. III, Par. “Natura e Ordine Giuridico”

La questione dei diritti si intreccia sempre più profondamente non solo con la storia individuale, ma con i destini stessi del mondo. Un mondo che a qualcuno appare insidiato dal rischio d’essere sradicato dai suoi fondamenti, dalla stessa possibilità di continuare a trovare nella natura un riferimento forte. 

Proprio su questo il conflitto si fa sempre più aspro, e assume i tratti di uno scontro di civiltà all’interno dello stesso Occidente. Ci si domanda se il rispetto della natura non debba costituire un limite invalicabile all’espansione dei diritti. Le innovazioni scientifiche e tecnologiche, infatti, affidano sempre di più alla scelta, e non alla intangibilità dei processi naturali, il nascere, il vivere, il morire. Ma si può ammettere qualsiasi scelta procreativa? Si possono modificare le caratteristiche genetiche delle persone? Si possono affidare alla sola scelta individuale le decisione sul se, come e quando morire? Si può cedere alla “dittatura dei desideri” individuali, che qualcuno avvicina alle pretese dei soggetti economici che vogliono perseguire il loro interesse anche quando tutto questo si risolve nella distruzione o nel danno grave per ambienti naturali? 

Natura e storia tornano così a contrapporsi. Ma questo antico conflitto si manifesta oggi in forme che rivelano piuttosto strumentalizzazioni ideologiche, forzature fondamentaliste, dove l’invocazione della natura è pretesto, non riflessione sull’umano in forme adeguate agli sconvolgimenti che viviamo. 

Si fa forte la richiesta di un ordine unico, sottraendosi al difficile confronto con la diversità, il cui valore è ormai riconosciuto da un numero crescente di documenti nazionali e internazionali. Diventa faticoso, o insopportabile, l’obbligo del continuo confronto con l’altro, il riconoscimento di un mondo dove la condivisione “naturale” dei valori ha fatto posto al pluralismo. Ecco, allora, che si fa forte la richiesta di certezze a ogni costo, e quindi di scorciatoie, che portino alla imposizione di una verità indiscutibile, attraverso una norma giuridica. L’ appello all’etica di tinge con i colori dell’autoritarismo quando vuole imporre una morale di Stato, pretendendo così di sostituirsi integralmente al vissuto individuale proprio là dove la vita fa sentire più forti le sue ragioni. 

Il tema della procreazione assistita illustra meglio di molti altri il modo in cui natura, innovazione scientifica e poteri individuali compongono un quadro di nuovi diritti. Qui sono in questione la libertà femminile, la disponibilità del proprio corpo da parte della donna, il “potere di procreare” che a essa soltanto naturalmente appartiene. 

È una lunga storia di liberazione da vincoli naturali, culturali, giuridici. Ha le sue prime tappe nella libertà di ricorrere alla contraccezione, che separa sessualità e riproduzione; e nella depenalizzazione dell’aborto, che non rappresenta soltanto la liberazione dalla schiavitù mortale dell’aborto clandestino, ma un’occasione per muoversi verso la procreazione responsabile, come dimostrano i dati riguardanti la diminuzione del numero complessivo delle interruzioni di gravidanza e il permanere di percentuali relativamente elevate presso i gruppi di donne meno informate o culturalmente consapevoli (immigrate, minori). Nella procreazione assistita il processo di liberazione ha quasi un suo compimento, dal momento che il ricorso a queste tecniche separa la riproduzione dalla sessualità e, ponendo l’accento sul figlio “voluto”, può porre rimedio alla sterilità di coppia, impedire la trasmissione di malattie genetiche o, più generalmente, stabilire liberamente se, come e quando procreare. 

L’arricchirsi delle tecniche disponibili ha messo in evidenza anche l’inadeguatezza di molte norme scritte quando il processo procreativo obbediva soltanto alle leggi naturali. La paternità può essere il frutto non di un processo biologico, ma della decisione di acconsentire alla inseminazione della moglie e della compagna con il seme del  donatore. La maternità deve fare i conti con la possibilità che la donna partorisca una persona che nulla abbia del suo materiale genetico Ecco, allora, la revisione delle norme sul disconoscimento di paternità, la necessità di non continuare a riferirci sempre alla formula “mater semper certa est”. Questi esempi mostrano quanto possa essere ragionevole la richiesta di regole che, sobrie e circoscritte, consentano di adeguare il quadro dei diritti a una realtà mutata dall’innovazione scientifica. Ma la via dell’adeguamento della legislazione non sempre è stata percorsa con umiltà e rispetto per il carattere esistenziale delle scelte che riguardano la procreazione. L’occasione offerta dall’indubbia necessità di alcune norme è stata in più di un caso volta in pretesto per riportare sotto controllo la libertà femminile e il potere di procreare, per tornare così a considerare il corpo della donna come “luogo pubblico” su cui legiferare, sul quale esercitare di nuovo un forte potere di “disciplinamento”. 

È quello che è avvenuto in Italia con la legge sulla procreazione assistita dove, in una sorta di teatro dell’assurdo giuridico, si sono sommati un proibizionismo tutto ideologico, la previsione di obblighi contrastanti con elementari principi di libertà (l’imposizione dell’impianto degli embrioni contro la volontà della donna), violazioni delle norme costituzionali sul diritto alla salute e sul divieto di discriminazioni basate sulla condizione personale. La Corte costituzionale è intervenuta dichiarando illegittime alcune di queste norme, sanzionando così l’improponibilità di questo modello di disciplina dei diritti, e la sua pretesa di imporre un modello che imiti la natura, individuando al tempo stesso limiti alla discrezionalità del legislatore. 

Frutto di pari superficialità sono le proposte che invocano un assoluto rispetto della “lotteria genetica”, vietando ogni intervento di “programmazione” degli esseri viventi, ai quali dovrebbe essere riconosciuto un pieno “diritto a un patrimonio genetico non manipolato”. Dovremo allora evitare interventi di terapia genetica che evitino la trasmissione da madre a figlia della propensione a sviluppare un cancro al seno? In nome della natura dobbiamo condannare le generazioni future al retaggio di malattie che potrebbero scomparire o il malato terminale a una infinita sofferenza? Si possono evocare i fantasmi di una produzione di massa di sottouomini, da destinare ad attività servili, con una strategia della paura simile a quella adoperata per giustificare la limitazione della libertà con l’argomento della lotta al terrorismo, precludendo così ogni possibilità di analisi razionale? 

Spostiamo ancora una volta lo sguardo sulla realtà. Le cronache italiane registrano un “turismo procreativo” che spinge molte donne, molte coppie a esercitare in altri paesi i diritti procreativi negati in Italia. Prova evidente del previsto rifiuto sociale della legge. E prova evidente delle sue conseguenze discriminatore, dal momento che la possibilità di avere un figlio rimane riservata a chi ha i mezzi per poter intraprendere questi nuovi “viaggi della speranza”. Rinascono così forme di cittadinanza censitaria, che subordinano l’effettività di un diritto alla condizione economica di chi vuole esercitarlo. 

Ma, al di là di questa risposta e di altre deformazioni, bisogna ormai partire dalla premessa che il turismo dei diritti è divenuto un connotato dei nostri tempi, nei quali la mobilità delle persone si sposa con una informazione capillare che non mostra soltanto le diseguaglianze nelle opportunità, le disparità di trattamento, i diversi livelli di tutela dei diritti da luogo a luogo. Indica pure la possibilità concreta di sfuggire ai condizionamenti del proprio luogo, quando il confronto con gli altri luoghi fa percepire come un diritto quel che in casa propria viene negato…

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